Sentenza Corte Suprema USA potrebbe minacciare la piattaforma iOS di Apple

| 14 maggio 2019 | 1 commento

App store icon fngcxe43zo2u large 2xUna Corte Suprema americana fortemente divisa al suo interno ha deciso di consentire ad un gruppo di consumatori di andare avanti con una causa legale contro Apple. L’oggetto del contendere è il prezzo delle app dell’App Store. I legali di Cupertino avevano chiesto di bloccare la causa, sostenendo che la Legge consente solo agli sviluppatori di app, e non ai clienti, di agire in Tribunale.

La posta in gioco è alta

La causa è iniziata nel 2011 ed è ben lontana dall’essere vicina alla soluzione. La posta in gioco è alta. La piattaforma iOS è importante per il fatturato di Cupertino (il 70% dei ricavi va agli sviluppatori, il restante 30% ad Apple), e di fatto esclude sistemi alternativi per la distribuzione di app. Altre piattaforme, come Android, macOS, e Windows, offrono la possibilità di scaricare e installare software acquistando da terzi senza che una commissione venga corrisposta al proprietario della piattaforma. Ma gli utenti, quelli che non sono disposti o in grado di effettuare il jailbreak o di utilizzare gli strumenti per gli sviluppatori, non hanno modo di installare applicazioni se non attraverso l’App Store ufficiale.

Un gruppo di consumatori sostiene che la commissione del 30% corrisposta ad Apple non esisterebbe se ci fossero vari “App Store” di terze parti, e chiede rimborsi a favore di milioni di utenti che hanno pagato prezzi gonfiati per le applicazioni a causa delle pratiche monopolistiche di Apple.

È bene precisare che la sentenza della Corte Suprema non entra nel merito se effettivamente il controllo che Apple esercita sull’App Store danneggia i clienti. Significa solo che la causa iniziata in Tribunale nel 2011 può andare avanti. Ma, se la tesi portata avanti da questo gruppo di consumatori dovesse prevalere, potrebbe non solo costringere Apple a rimborsare chi ha effettuato acquisti sull’App Store, ma anche ad aprire la piattaforma iOS ad altri negozi di app, consentendo così agli utenti di installare app di terze parti senza che Apple percepisca il 30% dei profitti.

La difesa di Apple

Apple ha basato la sua difesa su un precedente che risale al 1977, e riguardava i prezzi dei mattoni.

Nel 1970, lo Stato dell’Illinois ha citato in giudizio una società chiamata Illinois Brick, per via del costo elevato dei mattoni utilizzati nelle opere pubbliche. Tuttavia, i mattoni erano erano stati acquistati dai vari imprenditori che si erano aggiudicati gli appalti statali. Nella sentenza del 1977, la Corte Suprema ha stabilito che solo questi imprenditori, e non lo Stato dell’Illinois, potrebbero citare in giudizio la Illinois Brick per i suoi prezzi alti.

Apple ha sostenuto che la stessa logica vale per il suo App Store. I clienti acquistano le applicazioni dagli sviluppatori, i quali a loro volta pagano ad Apple una commissione del 30% per i servizi di distribuzione. Quindi, se Apple fa pagare troppo per la distribuzione di app tramite l’App Store, solo gli sviluppatori, e non gli utenti, hanno il diritto di citare in giudizio Cupertino.

App Store Corte suprema

La motivazione della sentenza

Quando i giudici della Corte Suprema hanno esaminato il caso nel mese di novembre, hanno sottolineato rapidamente un problema evidente: quando si acquista una app per iPhone, Apple è l’azienda che effettua l’addebito sulla carta di credito dell’utente.

“La vendita avviene tra Apple e il cliente”, ha spiegato il giudice Sonia Sotomayor, aggiungendo “È il cliente che paga il 30 per cento.”

Quattro giudici liberali si sono dichiarati tutti concordi con questa tesi, ed hanno votato contro Apple, insieme a Brett Kavanaugh, uno dei cinque giudici conservatori, che ha così motivato la sentenza:

“È pacifico che i possessori di iPhone hanno acquistato le applicazioni direttamente da Apple. Pertanto, in Illinois Brick, i possessori di iPhone erano acquirenti diretti che possono citare in giudizio Apple per presunto monopolio”.

Kavanaugh ha spiegato che questa sentenza è l’applicazione “semplice” del diritto antitrust che trova conforto in altri precedenti della Corte Suprema.

Gli altri quattro giudici conservatori della Corte, d’altra parte, hanno sposato la tesi di Cupertino che alla fine conta il fatto che gli sviluppatori di app, e non Apple, hanno stabilito i prezzi delle app. Se i consumatori sono stati danneggiati dai prezzi elevati delle applicazioni, questo si è verificato solo perché gli sviluppatori di applicazioni hanno incluso nel prezzo finale la commissione del 30 per cento di Apple. Quindi, se Cupertino ha abusando del suo potere di mercato, solo gli sviluppatori potrebbero citarla in giudizio.

Se Apple dovesse perdere la causa, il Tribunale dovrà valutare quanto della commissione del 30 per cento è stata “pagata” dagli utenti.

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Argomento: iOS, Notizie Apple

Commenti (1)

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  1. Kalimer ha detto:

    Anche negli Usa, come da noi, la giustizia è rapida. Causa iniziata nel 2011 e otto anni dopo la Corte Suprema decide che … può iniziare!

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