La rivincita delle Big Tech sul populismo trumpiano
Un anno fa Steve Bannon esultava pubblicamente per quella che descriveva come la sottomissione di Big Tech a Donald Trump, circondato dai CEO della Silicon Valley a Mar-a-Lago e durante la sua seconda inaugurazione. In un’intervista ad ABC News, l’ex stratega trumpiano sosteneva che il presidente avesse finalmente “spezzato gli oligarchi”, dopo anni in cui colossi come Amazon, Meta e Alphabet avevano, a suo dire, ostacolato e silenziato Trump. Oggi, secondo l’analisi di The Verge, la narrazione appare capovolta: non è stato Trump a domare Big Tech, ma Big Tech a erodere progressivamente la presa ideologica del movimento MAGA sul presidente, una donazione milionaria e un’azione di lobbying alla volta.
Le promesse cardine del populismo trumpiano in ambito tecnologico risultano infatti sempre più annacquate. L’idea di smantellare i grandi gruppi tecnologici, inizialmente uno dei cavalli di battaglia del nuovo corso, è finita in secondo piano. Anche la crociata contro TikTok, a lungo descritta come una minaccia culturale e geopolitica, si è trasformata in una posizione ambigua, con Trump che ora abbraccia la piattaforma pur in aperta contraddizione con i valori tradizionalmente sbandierati dal mondo MAGA. Ancora più emblematico è il caso dell’intelligenza artificiale: la difesa dei diritti degli Stati e dei lavoratori, agitata come priorità conservatrice, è stata travolta dalla pressione del miliardario David Sacks, che ha convinto Trump a firmare un ordine esecutivo capace di neutralizzare le leggi statali sull’IA, scatenando forti reazioni negative proprio nell’elettorato di destra.
Anche scelte apparentemente marginali hanno rivelato una frattura crescente. Nel novembre scorso Trump ha difeso apertamente i visti H1-B per lavoratori altamente qualificati nel settore tecnologico, arrivando a sostenere che molti lavoratori statunitensi non possiedono le competenze necessarie richieste dalle grandi aziende. Pur avendo poi irrigidito il sistema dell’immigrazione in senso più nazionalista, la semplice sopravvivenza del programma H1-B ha provocato uno scontro feroce all’interno dell’universo MAGA, che ha visto in quelle parole un tradimento dello slogan “America First”.
Il quadro si inserisce in una dinamica ben nota della politica trumpiana, fondata sul conflitto permanente tra fazioni in competizione per il favore presidenziale. Se durante il primo mandato questo scontro coinvolgeva finanzieri di New York, establishment repubblicano, funzionari di carriera e famiglia Trump, nel 2024 il campo era sembrato sgombro: l’establishment si era arreso, i funzionari erano destinati all’epurazione e il populismo MAGA appariva dominante. Eppure, mentre alcune sue istanze hanno trovato piena applicazione, dalla pressione giudiziaria sugli avversari politici all’espansione dei poteri di ICE e a iniziative militari clamorose, il settore tecnologico è riuscito lentamente a riconquistare spazio e influenza.
La vera sorpresa, osserva The Verge, non è tanto la persistenza del caos interno alla Casa Bianca, quanto il fatto che proprio quei CEO un tempo definiti “supplicanti” siano riusciti a orientare Trump su temi cruciali. In questo contesto assume un significato particolare la notizia secondo cui Steve Bannon, che un anno fa parlava apertamente di un piano per un terzo mandato incostituzionale di Trump, starebbe ora valutando una propria candidatura presidenziale. Un segnale eloquente di quanto l’equilibrio di potere nel trumpismo sia cambiato, e di come la frattura tra Big Tech e MAGA non si sia chiusa con una vittoria netta, ma con un lento e silenzioso ribaltamento.


2 commenti
MAGA vs IA: sembra la trama di un film di fantascienza, ma con più lobbying e meno effetti speciali. 🙂
TikTok diventa amico di Trump: il mondo MAGA è ufficialmente in modalità swipe-up. 😀