Apple compie 50 anni: Tim Cook racconta il DNA di un’azienda impossibile da replicare
Apple si appresta a compiere cinquant’anni il prossimo primo aprile, e per un’azienda storicamente allergica alla nostalgia si tratta di un esercizio tutt’altro che scontato. Tim Cook lo ammette apertamente: Cupertino sta sviluppando un “nuova competenza”, quello della celebrazione, che mal si concilia con la sua cultura interna da sempre orientata al domani, alla prossima svolta, al prodotto che il pubblico non sa ancora di desiderare.
Eppure il mezzo secolo impone una pausa. E Cook la usa, innanzitutto, per tornare su Steve Jobs, scomparso nel 2011. I principi che il cofondatore ha trasmesso all’azienda — arricchire la vita delle persone, migliorare ciò che esiste, anticipare i bisogni prima ancora che emergano — sono, secondo il CEO, il vero patrimonio genetico di Apple. “Sono il DNA di questa azienda cinquant’anni dopo la sua nascita”, dice Cook, “e spero lo siano ancora tra cento, duecento anni, perché sono straordinari.”
Tra i lasciti più preziosi di Jobs figura anche un consiglio di natura quasi psicologica: non paralizzare l’azienda chiedendosi continuamente cosa avrebbe fatto Steve. Un avvertimento che Cook definisce “un dono”, pensato per scongiurare quella che lui stesso chiama “il problema Disney” — il rischio di restare intrappolati nell’ombra del fondatore, come accadde alla casa di Topolino dopo la morte di Walt Disney.
Sul presente e sul futuro, Cook è lapidario. Nel panorama tecnologico del 2026, Apple occupa secondo lui uno spazio che nessuno è in grado di contendere: “Apple è un posto così unico. Non è possibile replicarla. Conosco molte aziende diverse, e Apple è semplicemente, ecco, in una categoria tutta sua.”

