Recensione: Prey
Da quando Apple ha lanciato il Mac App Store, numerosi produttori di videogame offrono a prezzi convenienti alcuni giochi che hanno fatto la storia del divertimento videoludico sulla piattaforma Macintosh (e non solo). Il merito degli sviluppatori di Prey è stato quello di rivoluzionare un genere quantomeno consolidato come lo sparatutto in prima persona (FPS), dandogli una serie di caratteristiche che lo hanno portato a essere un fenomeno videoludico per Mac, PC e console giochi.
La trama
La storia che c’è dietro Prey non è il suo lato migliore in quanto a originalità. Il protagonista del gioco è Tommy, un giovane meccanico Cherokee che non vede l’ora di poter abbandonare la riserva indiana. Accanto a Tommy troviamo subito la fidanzata Jen – che invece è assolutamente contenta del suo lavoro, delle sue origini e in generale della vita nelle terre dei Cherokee – e il nonno di Tommy, indiano vecchio stile. Le prevedibili scaramucce familiari diventano poca cosa quando, una notte, i tre protagonisti vengono rapiti da un’astronave aliena dove assistono a scene davvero cruente, dagli esperimenti genetici su esseri umani a vere e proprie carneficine. Dopo essersi liberato dal macchinario che lo ha intrappolato, Tommy parte alla ricerca della sua fidanzata.
La trama di Prey suona come un qualcosa di già visto in tanti film d’orrore o che hanno come protagonisti alieni cattivissimi: anche graficamente, è un po’ Alien, un po’ La Guerra dei Mondi e un po’ Doom. Il gioco si svolge per lo più in ambienti chiusi all’interno dell’astronave, dove è presente ogni sorta di tecnologia futuristica. Proprio questa è, in varie sfaccettature, legata agli aspetti più innovativi del gioco.

Le innovazioni
Innanzitutto le armi: Tommy inizia il gioco con un’arnese poco fantascientifico (una tenaglia da meccanico) ma piuttosto efficace, come si vedrà subito e in modo decisamente splatter. Man mano il giocatore potrà utilizzare altre armi costruite grazie alla tecnologia degli alieni e che sono uno strano mix di tecnologia e materiali organici, dall’aspetto magari poco rassicurante (cosa fai quando il tuo fucile si volta e ti guarda?) ma dall’efficacia via via crescente. Ogni arma ha poi due modalità di funzionamento, un altro elemento che arricchisce l’esperienza di gioco e obbliga talvolta a prendere decisioni strategiche e un po’ meno in stile “ammazzo tutti e poi si vedrà”. Un’altra particolarità di Prey sta nella possibilità di movimento. Oltre a camminare, Tommy si troverà a usare molto spesso portali spazio-distorsori che permettono di teletrasportarsi in luoghi che sarebbero troppo lontani per arrivarci a piedi. Alcuni portali funzionano anche da distorsori della realtà, cioè trasformano tutto l’ambiente circostante. Oltre ai portali, in alcune aree del gioco si trovano passerelle antigravità che permettono di camminare sui muri oppure a testa in giù. In diverse stanze Tommy si troverà anche a dover modificare la gravità presente, in modo da muoversi superando ostacoli altrimenti insormontabili o per raggiungere aree nascoste. Tommy, infine, imparerà molto presto come abbandonare il suo corpo per diventare un’essenza spirituale Cherokee che riesce a superare diversi ostacoli fisici. Molti “puzzle” contenuti nell’astronave richiederanno di impiegare questo strano potere, denominato “spirit walking”.

Occhio all’interfaccia
I comandi di Prey sono praticamente gli stessi utilizzati in giochi come Quake o Doom e, data la loro semplicità, non presentano notevoli difficoltà di apprendimento. I comandi del software sono stati studiati pensando che il giocatore abbia per le mani un mouse con almeno due tasti e una rotella a scorrimento, quindi se usate un portatile, dovrete mettere mano alle opzioni e riconfigurare i comandi nella maniera che vi sembra meglio.
Attenzione anche ai comandi da tastiera: su un MacBook i tasti F1-F12 hanno come prima funzione quella di regolare elementi come il volume dell’audio o la luminosità dello schermo, funzione che deve invece diventare quella secondaria se non volete trovarvi a schiacciare tasti invano, con un alieno che vi massacra mentre attivate e disattivate Exposè.
Morire non è (quasi) un problema
Prey non è solo uno sparatutto dai toni splatter in cui bisogna eliminare in fretta orde di nemici sanguinari. A un certo punto – ed è questa un’altra peculiarità del gioco – anche essere uccisi sarà solo una seccatura e non un problema. Tommy infatti diventa uno spirito anche quando viene ucciso. In questi casi vagheremo in una sorta di limbo dove bisogna combattere degli spiriti per potersi reincarnare di nuovo in un corpo fisico. Si tratta di una soluzione molto ben realizzata, anche dal punto di vista grafico, che dà al titolo una sensazione di gioco continuo, non interrotto dalle solite sequenze “salva il gioco – prova una strada – muori – ricarica il gioco salvato”. Tra l’altro, anche nelle sequenze di rinascita potrete adottare un minimo di strategia, decidendo di ricaricare in modo diverso le energie corporee o quelle spirituali.
A facilitare il compito del giocatore è anche la presenza di uno spirito guida – principalmente in forma di falco, ma non solo – che indicherà la strada da seguire e, indirettamente, le operazioni da compiere quando sembra di essere finiti in un vicolo cieco. E’ un elemento positivo, ma che lascia intravedere forse l’unico difetto rilevante di Prey: la sua marcata linearità. Quasi mai si ha la se sazione di stare andando nella direzione sbagliata o di girare a vuoto, i passi da compiere sono abbastanza evidenti e non c’è spazio per “diversioni” laterali interessanti.

Considerazioni finali
Sotto il punto di vista tecnico, Prey si presenta indubbiamente come una delle migliori produzioni videoludiche degli ultimi tempi, nonostante sia stato rilasciato per Mac nel 2007 La grafica appare davvero pulita e priva di sbavature o pixel fuori posto. La cura dei dettagli nella realizzazione dell’astronave è a dir poco maniacale, con un’ottima resa grazie soprattutto alle illuminazioni degli ambienti (fate caso alle perfette illuminazioni dei neon nelle diverse aree di gioco). Nota di merito anche per la colonna sonora, che può vantare di brani di artisti e gruppi famosi come Blue Oyster Cult, Heart, Judas Prieste Clutch.
Prey esce bene anche dal punto di vista della longevità. E’ vero che l’esperienza single-player può durare anche solo 8-10 ore, ma è anche probabile che vi venga voglia di rigiocare a difficoltà “Cherokee”, decisamente più impegnativa. Ma mai frustrante, grazie a soluzioni come lo “spirit walking” (che ci auguriamo diventi uno standard negli sparatutto) o la presenza di spiriti guida durante il gioco
Pro: grafica superlativa; portali spazio-distorsori, spirit walking e passerelle antigravità rendono unico il gameplay.
Contro: non è previsto il “game over”; modalità multyplayer.
Requisiti di sistema: Mac OS X 10.6.6 e un Mac Intel a 2.4GHz o più veloce; 512MB di RAM; 3GB di spazio libero su hard disk; ATI Radeon X1600 o Nvidia GeForce 7300 o superiori e con almeno 128MB di VRAM.
Prezzo: €24 (disponibile su Mac App Store).
Produttore: Aspyr Media.


3 commenti
E’ un po’ una specie di Turok…il vecchio sparatutto che se non sbaglio ha un indiano come protagonista e alieni a tutto spiano 🙂
Beh no, di Turok ha solo la genia del protagonista.
Turok era anche bello ignorante (e divertentissimo), Prey invece ha dei lati oscuri che fanno pensare.
A me è veramente piaciuto tantissimo ai tempi.
Non dimentichiamoci che in Turok c’erano anche i dinosauri 🙂