Il Grande Fratello? In Cina lo trovi preinstallato

Che in Cina la parola “privacy” suoni un po’ come “unicorno” — bella da immaginare, ma inesistente nella realtà — non è certo una novità. Eppure, ogni volta che pensiamo “più di così è impossibile”, Pechino ci sorprende. L’ultima trovata? Un ID Internet nazionale, ovvero una carta d’identità digitale obbligatoria per navigare, scrivere, chattare e, presumibilmente, anche respirare online.
Il Governo, con la consueta delicatezza, la definisce “una misura per tutelare i dati personali e garantire lo sviluppo sano dell’economia digitale”. Traduzione: benvenuti nell’era dell’autenticazione permanente, dove ogni click è un voto di fedeltà al Partito.
Il nuovo sistema sarà attivo da metà luglio e prevede l’assegnazione a ogni cittadino di un ID unico, completo di faccia, nome, documento, impronta dell’anima e probabilmente anche ricetta della nonna. E se vi aspettate di poter scegliere a cosa dare il consenso, state sognando in Gdpr: o accetti tutto, o sei fuori. La privacy policy è un bel tomo da firmare in blocco, altrimenti non accedi neanche alla lista della spesa.
I metodi di accesso? Riconoscimento facciale, codice SMS e magari anche scansione della retina se proprio serve. Per ogni operazione “critica”, come aggiornare la password o postare un meme su Xi Jinping (spoiler: è una pessima idea), ti verrà richiesto di confermare la tua identità. Il tutto, ovviamente, sotto l’occhio vigile di uno stato-censore che non dorme mai, coadiuvato da intelligenze artificiali zelanti e un’armata di moderatori digitali.
Secondo gli esperti, questa piattaforma non è solo uno strumento di controllo, ma una vera “infrastruttura del totalitarismo digitale”, pronta a cancellare ogni voce fuori dal coro. Un social score sotto steroidi, ma più elegante: al posto dei punti, hai il tuo volto registrato ogni tre clic.
Attualmente, l’adesione è volontaria. Ma con 6 milioni di utenti già iscritti e un futuro in cui sarà necessaria per ogni accesso online, parlare di “scelta” suona come chiedere a un panda se vuole o no il bambù a cena.
E se vi state chiedendo se anche gli smartphone cinesi distribuiti in Italia vi spiano… potete respirare tranquilli. Grazie alle leggi europee, le app cinesi qui arrivano alleggerite e meno ficcanaso. Ma basta guardare dentro un telefono destinato al mercato locale per vedere la differenza: app preinstallate che chiedono accesso a fotocamera, microfono, elenco app, dati biometrici e perfino al tipo di processore. Altro che aggiornamento software: è una scansione digitale dell’anima.
La ciliegina sulla torta? Le app sanitarie con AI. Per usare un chatbot medico in Cina devi cedere tutto: sintomi, voce, cronologia, tasti premuti e forse anche i tuoi sogni notturni. E le conversazioni non si cancellano neanche se elimini l’account: restano lì, archiviate per “migliorare il servizio” o, chissà, per essere rilette tra 20 anni durante il tuo processo per “uso improprio del raffreddore”.
Insomma, l’intelligenza artificiale in Cina non si limita a rispondere, ti guarda, ti ascolta, ti studia e ti segue, mentre tu pensi di stare chiedendo solo un consiglio per la tosse.
La sensazione è chiara: in un mondo dove la privacy è già merce rara, la Cina sta brevettando la sorveglianza come infrastruttura di base. E Internet, da spazio libero, rischia di diventare un corridoio di vetro, con ogni passo registrato, analizzato e — se serve — censurato.


2 commenti
Il sogno bagnato della Von der Leyen. Prossimamente anche in EU. Chiaramente per il nostro bene, al solo scopo di combattere i terroristi e i pedofili!
Noi abbiamo il GDPR, tiè!