WhatsApp può davvero leggere i messaggi? Gli esperti di sicurezza frenano gli allarmi

Secondo una class action intentata negli Stati Uniti, WhatsApp non utilizzerebbe realmente la crittografia end-to-end, nonostante le ripetute affermazioni in tal senso sia dei fondatori Jan Koum e Brian Acton sia dell’attuale proprietaria Meta. La causa sostiene che i messaggi inviati e ricevuti dagli utenti sarebbero in realtà accessibili internamente all’azienda, con la possibilità per i dipendenti Meta di leggerli quasi in tempo reale e senza limiti temporali, inclusi contenuti che gli utenti ritengono cancellati. Se queste affermazioni fossero confermate, si tratterebbe di uno dei più gravi scandali sulla privacy nella storia della tecnologia.
La crittografia end-to-end, su cui WhatsApp ha costruito la propria reputazione sin dagli esordi, prevede che solo i partecipanti a una conversazione possiedano le chiavi necessarie a decifrare i messaggi. I contenuti transitano sui server dell’azienda esclusivamente in forma cifrata, rendendo teoricamente impossibile per WhatsApp o Meta accedervi. Proprio questa architettura aveva suscitato in passato le proteste di Governi e forze dell’ordine, preoccupati dall’impossibilità di intercettare le comunicazioni.
La causa legale ribalta questa versione, sostenendo che Meta conserverebbe i messaggi cifrati e disporrebbe di una procedura interna semplice per ottenerne l’accesso in chiaro. Secondo le accuse, basterebbe una richiesta formale a un ingegnere Meta per poter consultare l’intero storico delle conversazioni di qualsiasi utente. Un quadro che, se reale, implicherebbe non solo una violazione sistematica della fiducia di miliardi di persone, ma anche una menzogna protratta nel tempo da parte dei fondatori e dell’attuale management.
A intervenire nel dibattito è stato Matthew Green, professore di crittografia alla Johns Hopkins University, che ha analizzato pubblicamente le affermazioni della causa. Green ricorda che WhatsApp si basa sul protocollo Signal, considerato uno standard solido nel campo della crittografia, ma sottolinea anche un punto critico: il codice dell’app non è open source, rendendo impossibile una verifica indipendente diretta dell’implementazione. Questo, tuttavia, non equivale a una prova di comportamento scorretto.
Secondo Green, l’ipotesi che Meta possa accedere segretamente ai messaggi è estremamente improbabile per tre motivi fondamentali. In primo luogo, una simile pratica verrebbe quasi certamente scoperta. In secondo luogo, eventuali meccanismi di esfiltrazione di dati o chiavi sarebbero individuabili analizzando il codice compilato dell’app, dato che numerose versioni storiche sono disponibili e decompilabili. Infine, un inganno di questa portata esporrebbe Meta e WhatsApp a conseguenze legali e reputazionali devastanti, rendendo l’operazione non solo immorale ma anche irrazionale dal punto di vista aziendale.
Pur riconoscendo che l’analisi tecnica approfondita richiederebbe uno sforzo notevole, Green osserva che il solo fatto che tale verifica sia possibile renderebbe “massivamente stupido” mentire sulla crittografia. Richiamando il celebre discorso di Ken Thompson su fiducia e sicurezza informatica, il professore conclude che una certa dose di fiducia è inevitabile: la vera domanda non è se fidarsi in assoluto, ma se credere che WhatsApp stia orchestrando la più grande frode tecnologica della storia. In assenza di prove concrete, ritiene ragionevole fidarsi, soprattutto considerando che la stessa situazione vale anche per servizi come iMessage e FaceTime, il cui codice di crittografia non è open source.


2 commenti
Si, ma quando c’è una inchiesta giudiziaria non mi sembra che si fatichi molto ad avere tutte le chat in chiaro.
In ogni caso, non mi sembra che sia io a creare la mia coppia di chiavi pubblica e privata.
Anche se il processo avviene con generazione random, la chiave privata dove sarebbe conservata?
Ovvio che non perdono tempo a leggere buongiorno e buonasera, ma la criptazione fu fatta per evitare la profilazione… da parte di terzi. Ci siamo dimenticati cosa successe a Facebook?
All’inizio sarebbe dovuto costare almeno 1€ all’anno.
È vero che, nel contesto di un’inchiesta giudiziaria, spesso emergono chat “in chiaro”, ma quasi sempre questo avviene non perché la piattaforma possa decifrare i messaggi sui propri server, bensì perché l’accesso avviene direttamente sul dispositivo dell’utente, tramite sequestro fisico, backup non cifrati o sblocco forzato dello smartphone. In altre parole, si aggira la crittografia andando alla fonte, non la si rompe.
Quanto alla generazione delle chiavi, l’utente non le crea manualmente, ma questo non significa che non esistano o che siano controllate centralmente da Meta. Nel modello end-to-end adottato da WhatsApp, basato sul protocollo Signal, la coppia di chiavi viene generata localmente sul dispositivo durante la configurazione dell’account.