Apple ha rimosso Rave dall’App Store per favorire SharePlay? Ora rischia una causa internazionale

Guardare un film insieme a qualcuno che si trova dall’altra parte del mondo, in sincronizzazione perfetta e con la possibilità di chattare in tempo reale: è questo il cuore di Rave, il servizio di co-viewing multipiattaforma fondato nel 2016. Fino all’agosto 2025 era disponibile su iOS, macOS, Android e Windows. Poi è arrivata la rimozione dall’App Store da parte di Apple, e da quel momento la storia si è fatta decisamente più complicata.
Rave ha ora deciso di passare alle vie legali, depositando una serie di cause antitrust contro Apple in cinque Paesi: Stati Uniti, Canada, Brasile, Paesi Bassi e Russia. L’obiettivo dichiarato è duplice — ottenere il reintegro delle proprie app su iOS e macOS e ottenere un risarcimento per i danni subiti in seguito alla rimozione dal negozio di app di Cupertino.
Secondo la ricostruzione di Rave, Apple avrebbe giustificato la rimozione citando generiche accuse di frode e presunte lacune nella moderazione dei contenuti, senza fornire contestazioni specifiche. Ma l’azienda non ci crede: sostiene che il vero motivo sia di natura concorrenziale. Rave, infatti, offriva un’esperienza di visione condivisa cross-platform — funzionante cioè anche su Android e Windows — che SharePlay, il servizio analogo di Apple lanciato nel 2021, non è in grado di replicare. SharePlay è limitato all’ecosistema Apple: iPhone, iPad e Mac. Rave punta il dito su questo divario e accusa Cupertino di aver voluto eliminare un concorrente scomodo per consolidare il proprio dominio nel segmento della visione condivisa su smartphone.

Le accuse non si fermano qui. Rave sostiene anche che Apple abbia classificato erroneamente la versione Mac della propria applicazione come malware, impedendone di fatto l’installazione agli utenti del sistema operativo di Cupertino. Un’accusa grave, che Apple non ha ancora commentato.
Va però detto che la questione non è priva di zone d’ombra. Discussioni emerse su Reddit nel periodo precedente alla rimozione rivelano una situazione tutt’altro che rassicurante all’interno della piattaforma: chatroom pubbliche non moderate, contenuti per adulti, segnalazioni di truffe e, in alcuni casi, materiale di abuso su minori. A rendere il quadro ancora più complesso, l’app Rave era stata segnalata come potenzialmente pericolosa da alcuni dei principali software di sicurezza informatica, tra cui Kaspersky, Bitdefender e Google, oltre che da Windows. Elementi che potrebbero suggerire come la decisione di Apple non fosse dettata esclusivamente da logiche commerciali.
Nel frattempo, Rave dichiara di aver sviluppato tecnologie di punta per la moderazione dei contenuti e la verifica dell’età, presumibilmente per rispondere in anticipo a eventuali critiche su questo fronte. L’azienda ha anche creato un sito dedicato — saverave.com — per promuovere la propria versione dei fatti.
La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di crescente pressione regolatoria nei confronti di Apple e delle sue politiche sull’App Store, già al centro di numerosi procedimenti antitrust in Europa e negli Stati Uniti. Che Rave abbia o meno ragione nel merito, la causa rappresenta un ulteriore capitolo di un dibattito destinato a intensificarsi: fino a dove può spingersi il controllo di Apple sul proprio ecosistema?

