Netflix e Amazon: nuove strette per la condivisione e polemiche nel mondo dello streaming

Il mercato delle piattaforme di streaming sta attraversando una fase di profondo cambiamento, segnata da nuove restrizioni per gli utenti e battaglie legali che ridefiniscono i confini dei servizi digitali. Al centro dell’attenzione ci sono Netflix, che continua la sua crociata contro la condivisione delle credenziali, e Amazon, finita nel mirino delle autorità per la gestione della pubblicità su Prime Video.
Netflix introduce l’obbligo di un’email unica per ogni profilo
Per anni la condivisione di un unico account tra amici e parenti è stata una pratica comune per dividere i costi del servizio, sfruttando la possibilità di creare profili indipendenti per mantenere separate le cronologie di visione. Netflix ha avviato il contrasto a questa abitudine già da tempo, imponendo inizialmente la limitazione del servizio a un solo nucleo domestico e introducendo tariffe extra per gli utenti remoti, tracciati tramite indirizzi IP, ID dei dispositivi e attività dell’account. Di recente la piattaforma ha introdotto un ulteriore ostacolo nel tentativo di arginare il fenomeno, richiedendo l’associazione di un indirizzo email univoco e specifico per ogni singolo profilo attivo.
Secondo quanto segnalato da diversi utenti, la richiesta viene presentata attraverso avvisi su schermo che motivano la novità con la promessa di una maggiore sicurezza e di raccomandazioni personalizzate. Tuttavia, la community ha accolto con scetticismo la misura, evidenziando come la restrizione sia facilmente aggirabile. Molti utenti hanno infatti già trovato soluzioni alternative semplici, come l’utilizzo degli alias di Gmail o la disattivazione temporanea della connessione Wi-Fi all’avvio dell’applicazione.
Amazon rischia grosso per le pubblicità su Prime Video
Nel frattempo, il settore dello streaming vede anche Amazon affrontare una delicata situazione legale. L’autorità per la tutela della concorrenza e dei consumatori australiana ha avviato un’azione legale contro il colosso dell’e-commerce, accusato di aver introdotto interruzioni pubblicitarie all’interno di Prime Video senza una corrispondente riduzione del prezzo dell’abbonamento. Secondo l’accusa, la società avrebbe modificato unilateralmente i contratti di oltre un milione di utenti annuali, privandoli della possibilità di ottenere un rimborso per un servizio originariamente venduto come privo di inserzioni. A peggiorare lo scenario si aggiunge il fatto che, a causa di complessi accordi sui diritti di trasmissione, la pubblicità continua ad apparire su determinati contenuti persino per quegli utenti che scelgono di pagare il supplemento per rimuoverla.

