Attacco hacker alla Regione Lazio: un utente Mac medio l’avrebbe evitato
La notizia del momento è l’attacco hacker alla Regione Lazio. Le informazioni sono ancora frammentarie ma è possibile dire che se a gestire il tutto ci fosse stato un utente Mac medio, l’attacco sarebbe fallito o i problemi causati sarebbero stati risolti il poche ore.
Repubblica.it riporta che non è stata la Regione Lazio ad essere attaccata direttamente, ma “una grande realtà informatica italiana che gestisce in full outsourcing molte attività legate alla sanità digitale […] i cui operatori hanno privilegi di amministrazione sui sistemi informativi, come quelli regionali.”
Il quotidiano prosegue spiegando che gli operatori sono stati attaccati e sono stati costretti a “dover resettare i propri account di posta elettronica e attivare l’autenticazione a due fattori.”
In pratica gli amministratori di sistema di questa “realtà informatica” utilizzavano ancora account email protetti dalla sola password. Non ricordo neppure più quanti anni fa ho attivato l’autenticazione a due fattori per il mio indirizzo di posta @mac.com
Da quel che è dato capire i pirati informatici avrebbero quindi hackerato gli account di posta degli amministratori di sistema della “realtà informatica”, per poi ottenere i privilegi di amministratore del sistema della Regione Lazio, e quindi installare un ransomware (un virus che cifra i dati presenti sul computer rendendoli inaccessibili, e per ottenere la password i cybercriminali chiedono un “riscatto”).
Non voglio stare qui a dire che se la Regione Lazio avesse acquistato dei Mac invece dei PC tutto questo non sarebbe successo dal momento che non esistono virus per macOS, ma è inquietante un altro particolare che è trapelato in queste ore, e che la dice lunga sul livello di preparazione informatica delle persone che dovevano gestire il database della Regione Lazio: non c’è un backup. Se ci fosse stato sarebbe bastato inizializzare i computer e importare i dati dal backup.
È vero, un ransomware è in grado di compromettere anche il disco di backup se collegato al PC, ma sarebbe stato sufficiente fare due differenti backup, uno ogni ora lasciando collegato una prima unità di backup, ed un secondo da fare a fine giornata collegando di volta in volta una altra unità, cioè esattamente quello che faccio io per il mio Mac, non per paura dei ransomware ovviamente, ma perchè non posso rischiare di perdere gli articoli scritti per il blog dal 1998 ad oggi.
Certo, nel caso del database della Regione Lazio non è possibile collegare un paio di unità di backup comprate su Amazon, ma “una grande realtà informatica” dovrebbe essere attrezzata per poter fare due backup di una gigantesca banca dati, di cui uno non sempre collegato al sistema proprio per evitare questo genere di attacchi.


44 commenti
Per esperienza personale nelle poste, l’informatica – almeno nelle grandi strutture – si subisce non si sceglie. Come tante scimmiette ammaestrate, ognuno impara a memoria quello che deve fare ma senza cognizione di causa e quindi l’errore o l’imprudenza è dietro l’angolo. Non mi stupisco più di tanto che “la grande realtà informatica italiana” sia stata attaccata dagli hacker, piuttosto mi stupisce che sia successo solo ora! In Italia, probabilmente, sono molte le società indifese rispetto a un attacco esterno e l’ignoranza del personale che ci lavora non aiuta certo ad aumentare la sicurezza. Speriamo almeno che quanto successo sia utile per realizzare procedure che evitino di spegnere i server e di non sapere cosa succede una volta riaccesi, perché questa se non erro, è l’attuale situazione alla Regione Lazio.
In un grande supermercato della mia città, appartiene ad una catena internazionale, le casse rapide (dove viene fatto tutto dall’utente e c’è solo un addetto in caso di bisogno), – non so le altre, sono gestite (visto ieri) con Windows XP. Ed è tutto detto… (Agosto 2021)
Conad…
No, Carrefour
Un qualunque utente consapevole l’avrebbe evitato.
Basterebbe non cliccare sui link delle email/aprire allegati a casaccio nella maggior parte delle volte
Tutti sappiamo che il peggior Malware informatico si trova tra la scrivania e la sedia
Il sistema delle biglietterie automatiche dell’ATM di Milano gira su Win XP così come il sistema che a bordo treno mostra in che stazione si sta arrivando alternandosi con immaginini delle telecamere che mostrano l’interno del vagone. Piccolezze…
La cosa più triste è che certe decisioni “tecniche” vengono prese da “dirigenti”, pubblici o privati che siano, che vengono pagati fior di quattrini… poi si rilasciano notizie confezionate ad hoc per dare la colpa agli “hackers”, quando la colpa (a quanto leggo) è data dalla mancanza di backup e dalla scarsa sicurezza delle configurazioni…
La questione è molto più complessa del “Database della Regione Lazio”, quasi come ci fosse un unico file dove ci sia scritto tutto dentro.
Attacchi il disco comprato col Friday ed hai risolto tutto…
Non è così, per niente così.
Articolo molto sempliciotto che manca di basi informatiche aziendali.
Se leggi attentamente tutto l’articolo, è spiegato che “non è possibile collegare un paio di unità di backup comprate su Amazon” per il caso della Regione Lazio, però l’autenticazione a due fattori per gli account degli amministratori di sistema la potevano attivare prima dell’attacco, e un backup su un server esterno doveva essere previsto.
Il CED della Regione Lazio non è gestito da Engineering, “la grande realtà informatica”.
E’ gestito internamente da dipendenti interni della Regione Lazio e delle sue società.
La MFA (multi factor authentication) in Engineering è stata attivata da sabato e l’azienda, lo ha chiarito il suo AD è stata attaccata, ma si è difesa bene e non ha ricevuto nessun problema dal CriptoLocker.
Il vero problema è il “database della regione Lazio” ( non è mica uno, allocato su un solo server… magari! ).
E’ un problema perché il ransomware è penetrato in tutta la rete informatico ed ha crittografato anche i dischi di backup, che non erano stati comprati da Amazon, ma c’erano, esistevano.
Se pure hai un disco di backup in piedi e completamente funzionante, impiegherai settimane per rimettere su tutte le macchine con i relativi backup, settimane e settimane!
Un’infrastruttura aziendale è qualcosa di molto più complesso di TimeMachine.
La MFA non c’entra una mazza con l’aver bucato il sistema CED Lazio.
Ciro, io mi attengo a quanto riportano i giornali (Repubblica e Corriere) non è una mia interpretazione. Trovo assurdo che il tutto nasca da un account privo di autenticazione in due fattori, una misura di sicurezza che, ripeto, è alla portata di un utente medio Apple. Per il backup, il mio sistema (banale) mi mette al sicuro da un eventuale ransomware, una azienda specializzata in informatica non è in grado di prevedere una cosa simile?
Ciro deve essere uno dei programmatori della “grande realtà informatica” 😁
Secondo me l’articolo è tutt’altro che “semplicotto” e manda un messaggio chiaro: un utente medio Mac attiva l’autenticaziione a due fattori per l’email e fa il backup dei dati. Prendi un utente medio Mac e lo metti a gestire il database della Regione Lazio, e almeno due cose le fa: autenticazione in due fattori posta + backup, cosa che non hanno fatto gli amministratori di sistema della “grande realtà informatica italiana”.
Ancora con questo Database della Regione Lazio!
Ma dai… pensate sia tutto su Access e su un unico file MDF?
Basta attivare la MFA e siamo tutti protetti?
Dai…
Ciro… hanno violato l’account senza MFA di un dipendente di Frosinone con privilegi di amministratore! Poi, MFA non è la panacea contro gli attacchi hacker ma non attivarla è una grave lacuna di sicurezza.
Nessuno ha detto che il database della Regione Lazio è 1 file Excel e si può usare Time Machine, ma la gestione è affidata a persone che si fregiano del titolo di esperti di informatica, e non conoscono un sistema per fare un backup anti-malware?
Un backup anti-malware? Cosa significa?
Oggi l’attacco inizia mesi prima che sia rivelato, quindi sono mesi che si fanno backup infetti. La cosa è un po’ più complicata di come la descrivi.
Ah ah ah ah ah Non hai la più pallida idea di come funziona un ransomware, ma soprattutto non ti sei preso la briga neppure di documentarti su internet prima di commentare.
Quoto. A leggere commenti come quello di Luigi ti cadono le bracce.
Luigi l’ho spiegato prima, per evitare un attacco ransomware basta non lasciare l’unità di backup collegata al computer, tra l’altro alcuni servizi cloud offrono proprio una protezione anti-malware. Poi il ransomware quando entra in azione cifra tutti i file in pochi secondi per evitare che vengano prese contromisure, e quindi dopo poco chi è attaccato se ne accorge. Non ti offendere, però mi sento di quotare l’invito dell’altro lettore di documentari prima di commentare.
Il ransomware, quando si installa, non s palesa immediatamente, ma, da recenti statistiche dopo 3/6 mesi, quindi, a meno di non avere backup oltre questi periodi, il backup stesso sarà già infetto anche se è stato staccato dal sistema. In ogni caso un backup di oltre 6 mesi non so a chi potrebbe essere utile).
Esistono software per la verifica dei backup contro il ransomware (e non si comprano su Amazon) d osto notevole e che comunque non garantiscono il 100% affidabilità. Inoltre non si tratta di un solo “database” (come ha tentato di spiegarvi Ciro)… è un po’ più complicato di così.
Anche se mi fa piacere che mi insegnate qualcosa. Io mi occupo solo di cybersecurity per una multinazionale inglese e, ovviamente, non ho le vostre competenze.
Luigi il ransomware è una applicazione che cifra i dati. Non ha importanza quando viene installato sul PC della vittima, ma quando viene dato il comando di cifrare i dati. Se non parte questo comando, i dati – anche quelli di backup – non sono cifrati e quindi sono accessibili. Se scolleghi il backup e parte il comando per cifrare i dati, verranno bloccati solo quelli sul computer, ma non quelli sull’unità di backup non collegata al PC.
Stefano, mi dispiace che proprio tu dica delle corbellerie del genere. Come più volte ripetuto non si tratta solo di un “database”, il “comando” che dici tu non sono necessariamente un exe (anzi non lo sono mai) e parte appena tu ripristini i dati, comunque, non sono io che devo fare il maestro, sono sicuro che se hai modo di documentarti capirai perfettamente. D’altronde io sono qui ad imparare le cose del Mac e senza offesa, è necessario che tu impari qualcosa di cybersecurity
Guarda, tre cose sull’informatica le so: non esiste “qualcosa” che possa funzionare senza un sistema operativo, e che esegua una azione senza essere un eseguibile. Si può anche installare un ransomware su un disco di backup, ma se questo è scollegato dal computer è impossibile che si possa attivare da solo e cifrare qualcosa.
Per quanto riguarda il database della Regione Lazio, io non capisco perchè continui a specificare che non è uno solo, non ho mai detto il contrario, e il numero è irrilevante.
Stefano se mi stai trollando rido e confesso che ci sono cascato. Se non lo stai facendo… no vabbè non è possibile. 😁 buona serata
Luigi… hai letto o ti hanno spiegato che un ransomware non si “presenta” come un file.exe perchè “nasconde” l’estensione nel tentativo di confondere la vittima e di essere più difficilmente individuato (su Windows l’estensione dei nomi dei file è sempre mostrata a differenza che su Mac). In Windows se un file non è un .exe, cioè un eseguibile, allora è una foto, un documento di testo, insomma un file innocuo. E questa è una delle tre cose “base” da sapere sull’informatica.
Ok, vedo che non hai ne letto ne ti sei fatto spiegare nulla. Se sei convinto che solo gli exe possono contenere il ransomware capisco perchè non comprendi i concetti che ho cercato di illustrare brevemente. Prova ad armarti di umiltà (come faccio io per imparare cose nuove sul Mac) e a studiare. Ultimo consiglio, ripetere 3 nozioni base (che comunque non sono sempre applicabili) fino alla noia e usare un tono accondiscendente con chi ha una discussione con te, non è un buon metodo per gestire la discussione stessa (visto che il blog è tuo). Sta diventando una discussione sterile ed antipatica, per questo la chiudo qui ed eviterò assolutamente di dare altri contributi non richiesti. Buon lavoro
La chiudo anch’io qui non senza però rispedire al mittente l’invito a studiare, e ti lascio anche quest’ultima “perla”: il ransomware che è stato utilizzato per attaccare la Regione Lazio non avrebbe funzionato su Mac perchè è un .exe cioè un eseguibile per Windows. E questo è un altro dei tre principi base che bisogna sapere dell’informatica.
In realtà sarebbe sufficiente che il software di backup acceda ai NAS con utente non indicato in windows… Ovviamente con password sufficientemente complesse.
Chiaro che se lasci la share di backup del nas collegata alla sessione utente i ransomware entrano senza problemi…
ciao, ne facevo due di bakup, oltre time machine che faccio tuttora, un disco esterno con carbon copy ( solo documenti ), si può fare ancora vero ? anche con gli ultimi aggiornamenti apple ? Grazie
Si, e CarbonCopy ha risolto anche il problema che non era possibile fare una copia bootable del disco di avvio con Big Sur.
Comunque ho letto dal Corriere che il backup c’è ma è stato anch’esso criptato.
Sarebbe interessante capire come viene gestito quel backup perchè in realtà ci sono sistemi anche piuttosto semplici per fare in modo che i ransomware non accedano anche ai backup…
Se è questo l’articolo click qui, non è chiarissimo perchè dice “i dati criptati non hanno ulteriori backup”, quindi non dice chiaramente se un backup c’era ed è stato cifrato, poi dopo spiega che “i ransomware criptano tutti i dati che incontrano, anche le copie di riserva dei dati”, come a dire se anche c’era, è stato criptato. Ieri a “In onda” su La7 hanno detto che il backup non c’è.
esistono ransomware anche per il mac
Il giorno che sarà scoperto un virus per Mac daranno la notizia al telegiornale, al momento c’è qualche ad-ware fastidioso.
Ci sono stati un paio di “ransomware” in passato e ben pochi malware (il totale per macOS al 2001 ad oggi forse è inferiore al numero giornaliero per il lato oscuro)
Mi pare fossero KeRanger (2016) ed EvilQuest/ThiefQuest (2020)
ma li ha bloccati prontamente
Si può usare Malwarebytes (Free o Premium (RTP): è una scelta).
PS: è stata appena rilasciata sul Mac AppStore la versione (free) per Safari di Malwarebytes Browser Guard che blocca Ads, Trackers, Scams, Phishing, Malware e PUP: questa oltre ad essere free monitora solo il traffico in Safari (esiste da tempo anche per Firefox e tutti i browser Chromium Based)
https://apps.apple.com/it/app/malwarebytes-browserguard/id1577761052?mt=12
Confermo che quando ci sarà un virus in grado di infettare un Mac, la notizia sarà data dai telegiornali di tutto il mondo:
1. KeRanger è stato scaricato 6.500 volte, ma ha infettato zero Mac
2. EvilQuest era scritto male, difficilmente avrebbe potuto indurre un utente ad installarlo click qui
Dal lancio di Mac OS X avvenuto nel 2001, sono stati individuati 130 malware, nessuno era un virus in grado di infettare autonomamente un Mac e di propagarsi. Per lo più si tratta di ad-ware e di trojan non sofisticati, ad esmepio l’ultimo scoperto era camuffato di immagine che andandolo ad aprire chiedeva la password di amministratore…
Mamma mia raga non avete idea di cosa scrivete! 😂 (mi riferisco a molti commenti, l’unico sensato è quello di Ciro).
Stefano non me la sento di dire che Repubblica sia affidabile come fonte per spiegare cosa è successo. In ogni caso l’autenticazione a due fattori non è esclusiva Apple.
Mi piacciono i tuoi articoli campanilistici, ma forse stavolta è un po’ troppo 🙂
La notizia è stata confermata anche dal Corriere della Sera, si tratta di un dipendente di Frosinone. Non ho scritto che l’autenticazione in due fattori è una esclusiva di Apple, ma dal momento che da diversi anni non è possibile aggiornare ad una nuova versione di macOS o di iOS senza avere l’ID Apple con l’autenticazione a due fattori attivata, la “falla di Frosinone” non è un utente Mac.
https://www.youtube.com/watch?v=wRffKZ2PDhE
Se vuoi sentirti questo Talk, ci sono tutti i “capoccioni” della security.
la domanda sorge spontanea: ma possibile che certe strutture nel 2021 ancora non sono in Cloud?
successa la stessa cosa al Comune di Brescia mesi fa ed hanno impiegato oltre 1 mese a ripristinare la situazione (tempi assurdi). La loro risposta è stata che a breve avrebbero dovuto migrare tutto in Cloud
In quel caso i veri dati sensibili erano su Server Linux e dunque non hanno avuto problemi
spezzo una lancia anzi un tentacolo a favore di spidermac…
non sono un esperto, anch’io leggo le notizie che “ci passano” ed anche a me piacerebbe saperne di più ed in modo tecnico, da una fonte qualificata, quanto realmente accaduto.
detto questo non dimentichiamo i fatti dell’aprile 2019, quando uno studente di giurisprudenza (non informatica) ventiquattrenne collegandosi dall’internetcafé della sede Italiaonline alla rete wifi di libero ha trafugato 1,4 milioni di account… questo la dice lunga sulle effettive capacità e sugli strumenti utilizzati da molte aziende italiane di prim’ordine… dicono loro…
E se attaccano il server dive sono conservati i dati dello spid? Saremo al sicuro con questi?
Leggendo l’articolo di Paolo Attivissimo https://attivissimo.blogspot.com/ riguardante l’attaccante hacker del Lazio,si possono capire molte cose su come siamo messi con la digitalizzazione in Italia.
Direi anche che Stefano ha ragione dicendo che un utente Mac medio, io aggiungerei follower di questo sito, l’avrebbe evitato.
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