L’oro dell’AI sfida Apple: quando i chip non bastano più a dominare la filiera

Secondo il columnist tecnologico Tim Culpan, l’enorme fiume di denaro che sta affluendo verso l’intelligenza artificiale ha ormai raggiunto, e forse superato, il livello di spesa che Apple sostiene da anni per i propri chip. La crescita dell’AI, alimentata soprattutto dalla domanda di GPU sempre più grandi e complesse da parte di aziende come Nvidia e AMD, sta ridisegnando le priorità produttive di TSMC. Ogni singolo chip per l’AI occupa una porzione maggiore di wafer e questo significa che i progetti di Apple, storicamente privilegiati, non hanno più la garanzia di un posto assicurato all’interno delle quasi venti fabbriche del colosso taiwanese.
Culpan sostiene che Nvidia abbia con ogni probabilità superato Apple come principale cliente di TSMC, un sorpasso che riflette il momento di maturità del mercato smartphone, sempre più difficile da far crescere, a fronte dell’entusiasmo quasi febbrile che circonda l’AI. L’idea che l’innovazione più redditizia del momento non sia più lo smartphone, ma modelli di intelligenza artificiale capaci di attrarre investimenti miliardari, è un segnale di quanto rapidamente stiano cambiando le priorità dell’industria tecnologica.
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L’articolo di Culpan si inserisce in un contesto più ampio di scetticismo verso la razionalità di certi investimenti. L’autore sottolinea come sia “surreale” vedere somme enormi riversate in startup dell’AI con risultati discutibili, mentre la storia recente offre esempi clamorosi di scommesse finite male. Il caso di Meta è emblematico: dopo aver investito circa 73 miliardi di dollari in Reality Labs e nel sogno del metaverso, l’azienda ha annunciato il taglio di circa 1.500 posti di lavoro nella divisione, certificando di fatto il fallimento di una delle più grandi scommesse strategiche degli ultimi anni. Una cifra talmente elevata che, per essere eguagliata, richiederebbe una spesa di un milione di dollari al giorno per due secoli.
Il punto centrale non è una condanna totale dell’intelligenza artificiale, che continua ad avere applicazioni concrete e utili in ambiti come la programmazione, l’analisi dei dati e l’accessibilità, ma la critica a un entusiasmo indiscriminato che porta a infilare l’AI ovunque, anche dove non è necessaria. Quando perfino media notoriamente indulgenti verso la Silicon Valley iniziano a parlare non di una singola bolla, ma di “molte bolle”, il segnale di allarme diventa difficile da ignorare.
In questo scenario, il dominio dell’iPhone e di Apple sulla filiera dei chip appare meno intoccabile di un tempo, mentre la corsa all’IA somiglia sempre più a una gigantesca scommessa collettiva. Con una nota amara e ironica, l’articolo si chiude ricordando che, se e quando la bolla dovesse scoppiare, i grandi investitori potrebbero comunque contare su interventi di salvataggio politico, lasciando ancora una volta il conto finale ai contribuenti.

