Accadde oggi! Il giorno in cui Steve Jobs si dimenticò della ventola: il disastro dell’Apple III

L’Apple III al National Computer Conference del 1981
19 maggio 1980 Durante la National Computer Conference di Anaheim, in California, Apple presentava al mondo l’Apple III. Sviluppato in due anni di intenso lavoro, questo nuovo computer era stato concepito per consolidare il successo planetario dell’Apple II e traghettare definitivamente l’azienda guidata da Steve Jobs e Steve Wozniak nel redditizio mercato dei computer aziendali. Le aspettative erano altissime, ma la storia avrebbe ricordato questo lancio come il primo vero e memorabile passo falso nella storia della multinazionale di Cupertino.
Fino a quel momento, i prodotti di successo erano nati quasi esclusivamente dall’ingegno solitario e dal budget ridotto di Steve Wozniak. Per l’Apple III l’approccio aziendale cambiò radicalmente. Fu infatti istituito un comitato di esperti qualificati, ognuno dei quali propose requisiti e funzionalità differenti da integrare nel sistema. Questa gestione collettiva provocò il fenomeno tecnico noto come sovraprogettazione. Quello che avrebbe dovuto essere un progetto snello da completare in soli dieci mesi si trasformò in un cantiere aperto durato anni, che gonfiò i costi e complicò l’architettura interna della macchina.
L’imperativo di Apple era anticipare l’ingresso di IBM nel settore dei personal computer da ufficio. Dal punto di vista delle specifiche tecniche l’Apple III si presentava come un piccolo gioiello della tecnologia dell’epoca. Il computer era equipaggiato con un processore SynerTek da 2 MHz, una memoria RAM da 128KB ed era il primo computer Apple a integrare un’unità per floppy disk da cinque pollici e un quarto. Le prestazioni erano doppie rispetto al modello precedente e il sistema operativo dedicato, battezzato ironicamente SOS, prometteva una gestione sofisticata dei flussi di lavoro aziendali.

Il posizionamento commerciale e i problemi strutturali decretarono tuttavia il fallimento della macchina. A causa di rallentamenti nella catena di produzione, le consegne su larga scala iniziarono solo nella primavera del 1981, a prezzi esorbitanti che oscillavano tra i quattromila e gli ottomila dollari dell’epoca. Il vero punto debole risiedeva però nel design imposto da Steve Jobs. Ossessionato dall’estetica e dal silenzio, Jobs pretese che il computer fosse privo di ventole di raffreddamento e dettò misure geometriche rigidissime alle quali gli ingegneri elettronici dovettero adattarsi a scapito della funzionalità.
La mancanza di aerazione causò immediati problemi di surriscaldamento della scheda madre. Il calore generato dilatava i componenti interni, provocando il parziale distacco dei chip dai loro alloggiamenti e il conseguente blocco del computer. La soluzione temporanea raccomandata ufficialmente dall’assistenza Apple era singolare: sollevare il computer di circa quindici centimetri dalla scrivania e lasciarlo cadere sul tavolo per rimettere i chip in posizione con l’impatto.

Nonostante il rilascio successivo di una versione corretta e aggiornata, la reputazione del computer era ormai compromessa. Alla fine del 1983 le vendite si fermarono a sole settantacinquemila unità, una cifra inferiore a quella che l’immortale Apple II riusciva a registrare in un singolo mese, confermando l’Apple III come una delle lezioni più dure e formative della storia della tecnologia moderna.


2 commenti
Conforta… anche Steve Jobs ha fatto passi falsi…
Ottima ricostruzione storica. Dimostra come la concorrenza con IBM abbia spinto Apple a correre troppo, sacrificando i test di affidabilità sull’altare del marketing e della fretta commerciali.