Apple sotto accusa: X e Grok restano sull’App Store mentre esplode lo scandalo deepfake a sfondo sessuale

Un durissimo attacco pubblicato su The Verge ha acceso i riflettori su quella che viene definita una delle più gravi ipocrisie dell’industria tecnologica contemporanea. La giornalista Elizabeth Lopatto ha accusato senza mezzi termini Apple e Google di aver fallito nel loro presunto ruolo di garanti della sicurezza degli utenti, lasciando X e la sua intelligenza artificiale Grok sugli store nonostante l’emergere di un fenomeno inquietante: l’uso di questi strumenti per creare e diffondere immagini deepfake a sfondo sessuale che ritraggono donne e persino bambini. Secondo Lopatto, il fatto che X non sia stato ancora rimosso dagli store di iOS e Android dimostra qualcosa di “profondamente malato” nella Silicon Valley, arrivando a definire Tim Cook e Sundar Pichai dei “codardi senza spina dorsale”, troppo intimoriti dal potere di Elon Musk per agire.
La situazione appare ancora più paradossale se si guarda alle classifiche: mentre lo scandalo è in pieno svolgimento, X risulta al primo posto nella categoria “News” dell’App Store, e Grok è la terza app gratuita più scaricata. A rendere il tutto ancora più esplosivo è il silenzio ufficiale di Apple, che non ha rilasciato alcuna dichiarazione pubblica in merito, un’assenza che, secondo Lopatto, suggerisce che la posizione di Cupertino sia semplicemente indifendibile. Anche se Apple e Google decidessero ora di intervenire, il ritardo sarebbe comunque una macchia, perché la domanda inevitabile sarebbe: perché non lo hanno fatto subito?
L’editoriale mette in discussione l’intero impianto retorico con cui Apple difende il controllo stretto dell’App Store, sostenendo che serva a proteggere gli utenti. In questo caso, sostiene Lopatto, quella giustificazione appare per quello che è sempre stata: una facciata. Nick Heer, intervenendo sul tema, ha sottolineato come questa vicenda dimostri quanto sia pericoloso affidare a colossi privati il ruolo di regolatori e forze dell’ordine digitali. In un mercato dominato da pochissimi attori, non esistono vere forze concorrenziali capaci di costringere Apple o Google a cambiare rotta: anche un boicottaggio di massa non scalfirebbe in modo significativo i loro profitti, e l’unica alternativa reale è un altro gigante che si comporta allo stesso modo.
Neppure la politica sembra offrire una via d’uscita, perché l’attuale contesto normativo negli Stati Uniti è stato smantellato e, in modo paradossale, ha visto proprio uno dei protagonisti della vicenda entrare nei meccanismi del potere. Il risultato, secondo i critici, è un sistema in cui le grandi aziende tecnologiche possono proclamare valori etici e poi sacrificarli senza conseguenze quando entrano in conflitto con gli interessi economici. In questo quadro, la mancata rimozione di X e Grok non è solo una scelta aziendale controversa, ma il simbolo di un fallimento strutturale del capitalismo digitale e della governance delle Big Tech.


2 commenti
Sottoscrivo pienamente l’ultimo paragrafo: “Neppure la politica sembra offrire una via d’uscita… simbolo di un fallimento strutturale del capitalismo digitale e della governance delle Big Tech”
E come dargli torto: il dio profitto la fa da padrone.