Tim Cook avvertito dalla CIA: la Cina potrebbe attaccare Taiwan entro il 2027, a rischio la filiera globale dei chip

Un briefing classificato della CIA avrebbe messo in guardia i vertici della Silicon Valley su uno scenario che fino a pochi anni fa sembrava remoto ma che oggi viene considerato una minaccia concreta: un possibile attacco della Cina a Taiwan entro il 2027. Tra i partecipanti all’incontro, secondo un’ampia inchiesta pubblicata dal The New York Times, figurava anche il CEO di Apple, Tim Cook.
La riunione, finora mai riportata pubblicamente, si sarebbe svolta nel luglio 2023 in una stanza protetta della Silicon Valley. A organizzarla sarebbe stata l’allora segretaria al Commercio degli Stati Uniti, Gina Raimondo, frustrata dalla lentezza con cui le grandi aziende tecnologiche stavano diversificando la produzione di semiconduttori lontano da Taiwan. Durante il briefing, il direttore della CIA William Burns e la direttrice dell’intelligence nazionale Avril Haines avrebbero illustrato le più recenti valutazioni sui piani militari di Pechino, alla presenza, oltre che di Cook, dei CEO di Nvidia, AMD e Qualcomm.
Al termine dell’incontro, Cook avrebbe confidato ai funzionari di “dormire con un occhio aperto”, una frase che restituisce la portata delle preoccupazioni per una crisi che potrebbe avere conseguenze senza precedenti sull’economia globale. Non si sarebbe trattato del primo avvertimento. Già nel 2021 un alto ufficiale militare statunitense aveva dichiarato al Congresso che il presidente cinese Xi Jinping avrebbe voluto il proprio esercito pronto a intervenire su Taiwan entro il 2027. Un precedente incontro riservato alla Casa Bianca, sempre nel 2021, aveva però lasciato molti dirigenti scettici, poiché parte delle informazioni era già emersa pubblicamente.
Al centro delle preoccupazioni di Washington c’è la dipendenza strategica dagli impianti della Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, meglio nota come TSMC. L’azienda taiwanese produce circa il 90% dei semiconduttori più avanzati al mondo, inclusi tutti i chip proprietari progettati da Apple per iPhone, iPad e Mac. La concentrazione di una quota così rilevante della capacità produttiva globale in un’area geopoliticamente instabile viene considerata da tempo una delle principali vulnerabilità degli Stati Uniti.
Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Joe Biden, avrebbe definito la dipendenza americana dai chip taiwanesi una delle più grandi fragilità strategiche del Paese. Da qui la spinta verso un massiccio programma di incentivi pubblici culminato nel CHIPS and Science Act del 2022, che ha stanziato 50 miliardi di dollari per sostenere la produzione nazionale di semiconduttori. Secondo un rapporto commissionato nel 2022 dalla Semiconductor Industry Association, la perdita dell’accesso ai chip taiwanesi provocherebbe la peggior crisi economica dai tempi della Grande Depressione, con un crollo dell’11% del PIL statunitense. Una stima di Bloomberg del gennaio 2024 ha ipotizzato un costo globale superiore ai 10.000 miliardi di dollari in caso di conflitto.
Nonostante gli allarmi, molte aziende tecnologiche, Apple inclusa, sarebbero state inizialmente riluttanti a impegnarsi nell’acquisto di chip prodotti negli Stati Uniti, sensibilmente più costosi rispetto a quelli fabbricati a Taiwan. I semiconduttori realizzati negli impianti americani comportano costi superiori di oltre il 25% a causa di manodopera, materiali e procedure autorizzative più onerose, oltre al fatto che le fabbriche TSMC in Arizona utilizzano tecnologie di una generazione precedente rispetto a quelle operative sull’isola.

Negli ultimi mesi, tuttavia, la strategia sembra aver subito un’accelerazione. Cook avrebbe visitato lo Studio Ovale nell’estate scorsa impegnandosi a investire 100 miliardi di dollari negli Stati Uniti per sostenere la produzione locale di semiconduttori, inclusi progetti legati a TSMC e ad altri produttori. Apple avrebbe inoltre avviato incontri tecnici approfonditi con Intel per valutare le sue capacità manifatturiere. Parallelamente, TSMC ha annunciato investimenti complessivi negli Stati Uniti per circa 165 miliardi di dollari, con nuovi terreni destinati ad almeno cinque ulteriori stabilimenti nell’area di Phoenix. Proprio nello stabilimento dell’Arizona è stato recentemente prodotto il primo chip per l’intelligenza artificiale di Nvidia realizzato su suolo americano, anche se alcune fasi avanzate di packaging richiedono ancora il ritorno a Taiwan.
Il governo taiwanese mantiene però una politica non scritta che impone a TSMC di conservare sull’isola le tecnologie più avanzate, in quella che viene definita la strategia dello “scudo di silicio”, pensata per rendere Taiwan troppo cruciale per l’economia globale da diventare un bersaglio militare conveniente. Tuttavia, l’invasione russa dell’Ucraina ha dimostrato che l’interdipendenza economica non è sempre un deterrente sufficiente contro l’aggressione armata. E mentre le tensioni geopolitiche restano elevate, l’industria tecnologica globale si trova a fare i conti con una domanda sempre più pressante: quanto è sostenibile concentrare il cuore digitale del mondo in un unico, fragile punto della mappa?


8 commenti
Uno scenario da incubo, per tutti.
Se la Cina dovesse muovere su Taiwan entro il 2027, l’impatto globale sui semiconduttori e sull’economia sarebbe devastante.
La dipendenza dai chip taiwanesi è stato davvero un rischio sottovalutato, Apple sta finalmente muovendosi nella direzione giusta, ma forse è tardi.
Investire 100 miliardi negli USA è un segnale forte, ma quanto potrà davvero sostituire la tecnologia avanzata di TSMC?
Tutta propaganda… quante guerre ha combattuto la Cina ma negli ultimi 40 anni? Quante invece gli Stati Uniti?
La Cina ha una serie di guerre interne: Hong Kong, Uiguri, Tibet e tra poco anche Taiwan, a quanto pare.
[Tuttavia, l’invasione russa dell’Ucraina ha dimostrato che l’interdipendenza economica non è sempre un deterrente sufficiente contro l’aggressione armata.] non capisco il senso di questa affermazione nel contesto della notizia sulla guerra dei chip/Taiwan. Non mi pare che l’Ucraina già dalla separazione dalla URSS fosse un florido stato economicamente indipendente ma vivesse di prestiti e aiuti economici da parte di tutto il mondo compresa la Russia che le forniva gas naturale a prezzi scandalosamente bassi.
Il riferimento è alla Russia, che prima del 2022 era fortemente integrata con l’Europa sul piano energetico e commerciale, eppure questo non ha impedito l’invasione.